Eutanasia - Un po' di chiarezza

Il caso della diciassettenne olandese Noa Pothoven che si è lasciata morire in casa, assistita da familiari, ha avuto molta eco sui media italiani (un po’ meno all’estero, Olanda compresa). Il suicidio di un’adolescente, per quanto tragico, normalmente non scomoda il Papa, né riempie di articoli le pagine dei giornali e dei siti web. Ma in questo caso si è diffusa la fake news di una procedura di eutanasia legale, ammessa in Olanda dopo una valutazione medica che analizza lo stato mentale, la patologia e le prospettive del/la paziente. L’eutanasia può essere richiesta dai 12 anni di età, ma fino a 16 è necessario il consenso dei genitori o del tutore legale. Pothoven ha richiesto l’accesso a tale procedura, ma le è stato negato, proprio in base alla legge. Il caso mediatico ci dà l’occasione di riflettere sull’eutanasia e sui ragionamenti bioetici che sorreggono (o dovrebbero) le legislazioni esistenti.

Sinteticamente, senza pretendere esaustività, l’eutanasia mette in conflitto diversi principi più o meno universalmente riconosciuti all’interno della bioetica:
1. il rispetto dell’autonomia del paziente;
2. il bene del paziente;
3. i diritti/doveri della comunità verso il cittadino.
Il primo principio è stata una faticosa conquista: nella seconda metà del Novecento la medicina si è affrancata dal cosiddetto paternalismo per affidare al paziente un maggiore potere decisionale (quasi assoluto) sulle pratiche mediche in cui è coinvolto. Il paziente quindi può decidere per se stesso se e come curarsi. Nel caso l’autonomia sia diminuita (minori, disabili, carcerati) la legge dovrebbe garantire maggiore protezione a questi individui. Il rispetto dell’autonomia è uno dei fondamenti delle legislazioni che ammettono l’eutanasia volontaria, mentre per es. le vaccinazioni obbligatorie costituiscono un’eccezione.
Il secondo principio di “beneficienza” prevede il beneficio del paziente, anche in ossequio al giuramento di Ippocrate che stabilisce di “non nuocere”. Evidentemente, aiutare il paziente a morire è contrario a tale regola, ma nel tempo l’interpretazione del beneficio si è evoluta, concentrandosi sul “miglior interesse” del soggetto (che include anche il rispetto dell’autonomia). In quest’ottica, il miglior interesse è di evitare un dolore insopportabile e senza prospettive di miglioramento.
Il terzo principio è il dovere della comunità, tramite le istituzioni, di proteggere i cittadini e il loro benessere: l’eutanasia attiva è in linea di principio un’eccezione, come la pena di morte.

Sono quindi tre principi, i quali identificano diritti e responsabilità degli attori in gioco, che vanno bilanciati in una legge sull’eutanasia. Legiferare secondo principi religiosi – per esempio, un diritto divino sulla vita e la morte dell’individuo – vuol dire rispettare solo chi crede in quella religione, limitando l’autonomia di una parte della popolazione. Così come equiparare l’eutanasia non volontaria (praticata per esempio durante il Nazismo) con quella richiesta dal paziente nel pieno delle sue capacità crea solo confusione. Una soluzione unica e certa al dilemma etico non esiste, a meno di non voler ricorrere a dogmi di fede. Utilizzare casi di suicidi adolescenziali come scusa per criticare legislazioni bioetiche sull’eutanasia è semplicemente disonesto.

Link utili per approfondire

https://www.theguardian.com/world/2019/jun/05/noa-pothoven-netherlands-girl-not-legally-euthanised-died-at-home

https://it.wikipedia.org/wiki/Principi_di_bioetica

Autore: Mauro Capocci

Mauro Capocci è laureato in filosofia, dottore di ricerca in Storia della scienza e ricercatore e docente nell'Unità di Storia della Medicina e Bioetica dell’Università “Sapienza” di Roma. Si occupa prevalentemente di storia della biomedicina contemporanea e del rapporto fra scienza e società.


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