Omeopatia: spiegare, spiegare e ancora spiegare

L’atto medico deve essere guidato da evidenze scientifiche. Si chiama medicina basata sulle evidenze e protegge il diritto dei pazienti alle migliori diagnosi e cure disponibili. Negare trattamenti efficaci può essere pericoloso per la salute tanto da essere contro il codice deontologico della professione medica e, addirittura, anticostituzionale (la Costituzione, infatti, difende il diritto alla salute). Ma allora c’è spazio per l’omeopatia? La risposta è semplice: no! Perché tutte le verifiche sperimentalmente serie ne hanno negato qualunque beneficio se non quello dell’atteso effetto placebo.

Ma oltre che inefficace, l’uso di prodotti omeopatici può rivelarsi nocivo quando prende il posto di terapie efficaci o ne ritarda l’inizio (grida ancora vendetta la morte di un bambino nel 2017 per un'otite trattata con rimedi omeopatici, invece che con antibiotici).

Ma allora perché università, ordini professionali, società scientifiche, amministrazioni pubbliche sanitarie si prestano ad “insegnare”, trasmettere, divulgare informazioni acritiche (quando non false) sull’omeopatia? O com’è possibile che la Regione Toscana avvii a Pitigliano la realizzazione di un ospedale dove sarà possibile curarsi anche con l’omeopatia e, per non farsi mancare nulla, anche con fitoterapia e medicina tradizionale cinese, e tutto ciò caricandone i costi sul contribuente italiano? Intendiamoci, il problema non è solo dell’Italia ma in questo caso mal comune non è mezzo gaudio.

Alcuni paesi, peraltro, cominciano a muoversi: in Francia l’Accademia Nazionale di Medicina e quella di Farmacia si battono perché l'omeopatia non sia insegnata nelle università e non sia rimborsabile a carico del contribuente. Negli USA è obbligatorio che sulle confezioni dei prodotti omeopatici sia fatto chiaro che non ci sono evidenze di efficacia. In UK il Direttore dell’Istituto Nazionale della salute (NHS) suggerisce di non includere fra le società professionali riconosciute quelle di omeopatia che accusa di diffondere informazioni errate. Invece in Italia si latita e a parte qualche voce isolata proveniente dal mondo dell’informazione (https://www.lastampa.it/tuttoscienze/2019/11/06/news/in-aula-con-biodinamica-e-omeopatia-cosi-le-universita-tradiscono-se-stesse-1.37845691?refresh_ce) o dalla comunità scientifica (per esempio quella del Patto Trasversale per la Scienza, https://www.pattoperlascienza.it/?s=omeopatia) si assiste ad una sorta di equidistanza pilatesca motivata dalla mal riposta esigenza di “dar voce ad idee diverse”.

Ci sono diverse cose che si possono fare subito ed a costo zero:
- I corsi universitari dovrebbero certo trattare l’omeopatia ma solo per sottolinearne la mancanza di evidenze scientifiche. Rettori, Presidi di Facoltà e Presidenti delle Scuole di Medicina, per favore, vigilate.
- Lo stesso dovrebbe accadere per i corsi obbligatori di aggiornamento dei medici. E qui ad attivarsi e vigilare dovrebbero essere gli ordini professionali.
- Sulle confezioni non si dovrebbe utilizzare il termine “medicinale” (ma termini come prodotto, sostanza) e dovrebbe esser chiaramente indicato che i prodotti sono inefficaci.
- I prodotti omeopatici non dovrebbero essere rimborsati parzialmente come invece accade omologandoli ai farmaci di fascia C.
- I medici dovrebbero aiutare i pazienti inclini all’uso di prodotti omeopatici ad orientarsi, spiegando cosa si sa di essi. Molto semplicemente: non sono efficaci e non possono sostituire altri trattamenti e si, non fanno male se non…alla tasca di chi li acquista e per circa il 20% del loro costo alle tasche dei contribuenti.

Autore: Vincenzo Trischitta

Vincenzo Trischitta insegna Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma e dirige un gruppo di ricerca sulla genetica del diabete e delle complicanze cardiovascolari presso l’Istituto Scientifico Casa Sollievo della Sofferenza tra Roma e San Giovanni Rotondo.

Attribuisce agli scienziati il dovere della divulgazione e della informazione per una società più consapevole e più libera.


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