Saper morire.

Molte persone, anche se colte e brillanti, dinanzi alla morte si comportano in maniera inspiegabilmente irrazionale. Ciò vale per i pazienti e per i loro congiunti, ma anche per quanti sono coinvolti professionalmente, in particolar modo i medici. Qual è la causa di un tale comportamento irrazionale? La risposta è quasi sempre la stessa: la paura.

«La paura» è il sottotitolo inespresso di molti accalorati dibattiti sulla fine della vita; è lei che aleggia sommessamente durante i colloqui medico-paziente circa determinate malattie incurabili, e che molto spesso si finge intenzionalmente di non vedere; è lei il principale ostacolo per la comunicazione sul e nel morire; ed è ancora lei (insieme alla scarsa preparazione dei medici sull’accompagnamento alla morte) la principale causa di decisioni sbagliate e morti dolorose.

In effetti, esistono oggi prove scientifiche che dimostrano come le persone gravemente malate sappiano meglio di quelle sane che cosa conta davvero nella vita. Dalle ricerche condotte è risultato che le due principali fonti di qualità di vita di questi pazienti sono la salute e la famiglia – ma attenzione: la salute solo per il 53% degli intervistati, la famiglia per il 100%. L’indagine è stata effettuata su molti gruppi di pazienti e su individui sani. Il grado di attendibilità e validità delle risposte di gran lunga maggiore è stato riscontrato tra i pazienti sottoposti a cure palliative.

Questo coincide anche con i dati raccolti sulla scala di valori dei malati terminali, che mostra una netta virata verso l’altruismo (contrariamente a quanto si riscontra nella popolazione generale). La ricompensa di ciò è una migliore qualità di vita nonostante la malattia e l’aspettativa di vita limitata. Qui ci accorgiamo che, quando si trovano dinanzi alla morte, le persone comprendono che cosa conta veramente. E la domanda si impone: che cosa possiamo fare per arrivare noi stessi a questa comprensione prima di arrivare al nostro fine vita? Uno dei più importanti messaggi delle cure palliative è: quello che è da augurare a tutti è di poter guardare con serenità alla propria finitezza.

Questo esige una calma e ripetuta riflessione sulle nostre priorità, i nostri valori, le nostre convinzioni e le nostre speranze, se possibile assieme alle persone che ci sono più care. Purtroppo ciò accade solo di rado nella vita, e spesso molto tardi. Prendiamoci il tempo necessario per farlo, qui ed ora. La speranza di una vita eterna – quantomeno qui, sulla terra – non è realizzabile. Ma la speranza di un fine vita dignitoso, accompagnato da cure palliative degne di tale nome, sta diventando realtà per un numero sempre maggiore di persone.

Per arrivare a questo serve la collaborazione di tutti: degli operatori sanitari, dei volontari, dei diversi gruppi professionali, dei parenti e dei pazienti. Solo così sarà veramente possibile creare le premesse necessarie per raggiungere quello scopo che il poeta Rainer Maria Rilke ha definito in modo ineguagliabile:

O Signore, dona a ognun la propria morte:
la morte che ci vien da quella vita
in cui trovammo amore, senso e pena.

Brani tratti dal libro dell’autore: “Saper morire. Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci.” Bollati Boringhieri editore, Torino 2015.

Autore: Gian Domenico Borasio

Gian Domenico Borasio dirige la cattedra di Medicina palliativa dell’Università di Losanna ed è stato uno dei fondatori del Centro interdisciplinare di medicina palliativa dell’Università di Monaco di Baviera. Il Ministero della Giustizia tedesco l’ha nominato membro della commissione che ha stabilito i principi per una legge sul testamento biologico. Il suo libro Saper morire. Cosa possiamo fare, come possiamo prepararci (Bollati Boringhieri editore, Torino 2015) ha venduto oltre 180.000 copie ed è stato tradotto in cinque lingue.


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