Scienza e Società nel millennio delle scienze della vita

Le odierne società occidentali si reggono sulle conoscenze scientifiche: la democrazia e l’economia sono oggi di natura “cognitiva”. Dal secolo della chimica (‘800) a quello della fisica (‘900) siamo ora nel millennio delle scienze della vita, della Biologia. E sono le conoscenze della Biologia a determinare ogni aspetto del nostro vivere attuale e del prossimo futuro: come si nasce, le decisioni di fine vita, come ci si riproduce, come ci si cura, come si combatte il dolore, come si producono alimenti, quello che si mangia, come si producono beni commerciali (computer basati sulle logiche del DNA), le trasformazioni del corpo, di chi è il corpo, di chi sono le cellule, la cultura del dono (vedi cordone ombelicale), i brevetti sul vivente, etc etc.

Il tema è prettamente biopolitico e vede nei Biologi, più in generale negli scienziati, gli attori di un mutato rapporto scienza/società, una scienza che deve essere patrimonio di tutti i cittadini. Solo cittadini capaci di scegliere, in autonomia, cosa si ritiene lecito applicare delle tante innovazioni prodotte dalla ricerca biologica sono in grado di assicurare un armonioso vivere sociale, sono capaci di combattere le ingiustizie e le iniquità, i “mali del mondo”. Cittadini bene informati sono garanzia di un forte sostegno all’investimento di risorse nella ricerca scientifica e di un autonomo formarsi di opinioni che si riflettono in un controllo democratico sull’elaborazione di principi e norme etiche rispettose della pluralità di valori presente in società multietniche.

Lo sviluppo ed il sostegno della ricerca così come gli avanzamenti del sapere debbono essere patrimonio culturale di tutti, pena un declassamento generale del dibattito sociale che rischia di produrre norme legislative relative alle applicazioni più rilevanti del sapere biologico che siano di natura ideologica, non laiche e restrittive delle libertà individuali. Pietro Greco chiama “democrazia cognitiva” il processo di organizzazione del nuovo sapere e lo sviluppo di nuovi modelli di rappresentanza, in cui le nuove conoscenze non siano viste come un pericolo, ma come un’opportunità, non siano fonte cioè di nuove disuguaglianze, ma servano a promuovere, come proponeva Francis Bacon già quattrocento anni fa, il benessere dell’intera umanità.

Prerequisiti necessari per raggiungere questi scopi sono lo sviluppo di strumenti di analisi della rivoluzione operata dalle biotecnologie e di strumenti capaci di esplicitare al grande pubblico le opportunità offerte dalle bioscienze e dalla “rivoluzione biologica”. Rivoluzione che, come è accaduto per tutte le rivoluzioni, non può non destare accanto ad entusiasmi anche timori. L’enorme quantità di conoscenze che in modo rapidissimo la ricerca biologica va accumulando sta cambiando profondamente persino la nostra concezione di cosa sia l’essere umano, della salute e della malattia. Si dibatte accesamente in merito a se, come e quanto utilizzare questo patrimonio di conoscenze per contribuire ad un miglioramento della qualità della vita, in particolare dei senescenti (stante l’attuale tasso demografico occidentale), delle nuove generazioni (grazie alle tecniche di diagnosi prenatale) e dell’ambiente (grazie alle biotecnologie ambientali ed alimentari).

Autore: Carlo Alberto Redi

Carlo Alberto Redi è Professore Ordinario di Zoologia e Biologia dello Sviluppo, presso l’ Università di Pavia.  E’ Socio corrispondente della Accademia Nazionale dei Lincei e membro del Comitato Nazionale Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita. Attualmente si occupa di riprogrammazione genetica dei nuclei di cellule somatiche e di regolazione dell’espressione genica nel corso delle prime fasi dello sviluppo embrionale.


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