Solo un sano pragmatismo puo' salvare il SSN - 2

Secondo molti, il SSN italiano è sempre più oggetto di decisioni “striscianti” che ne minano la capacità di rispondere adeguatamente ai bisogni dei cittadini senza discriminazioni di accesso, di quantità, di qualità. Si può essere d’accordo o no, ma ciò che è necessario oggi non sono analisi sui rischi di crollo del SSN e sulle eventuali cause (politiche) all’origine delle decisioni assunte, quanto analisi volte a individuare modi efficaci per contribuire, anche attraverso la razionalizzazione dei costi dell’apparato sanitario, a convogliare maggiori risorse verso problemi anche essi prioritari come scuola e beni culturali, lavoro e industria, trasporti e infrastrutture, ambiente e fonti energetiche, tanto per citare quelli più rappresentativi.



Sono, infatti, evidenti due fatti. In primo luogo, il fondo sanitario nazionale è costantemente cresciuto negli anni, fatta salva una piccola flessione nel 2013, passando da 65 miliardi di euro nel 2000 a 116 miliardi nel 2018.È vero che l’Italia è da sempre tra i Paesi più virtuosi in termini d’incremento dell’incidenza del fondo sanitario sul PIL, ma è anche vero che negli ultimi anni la crisi ha inciso sull’economia italiana molto più che in altre realtà. In secondo luogo (vedi: “La lista della spesa” di Cottarelli), esistono almeno 4 ambiti in cui è possibile ridurre la spesa senza correre il rischio di “uccidere” il SSN:




1. modificando le modalità di erogazione dei servizi (ancora molte prestazioni, come le tonsillectomie, vengono trattate in regime di ricovero invece che ambulatorialmente)

2. riducendo i servizi erogati inutilmente (come il ricorso eccessivo al taglio cesareo)

3.uniformando ai minimi i prezzi di acquisto di beni e servizi (in Italia esistono 600 prezzi di riferimento, mentre in UK sono stati definiti decine di migliaia di prezzi standard che consentono di colpire capillarmente le inefficienze

4.razionalizzando i ticket sanitari (oltre a essere i più bassi di Europa , riguardano circa il 40% della popolazione e non si applicano a visite dei medici di famiglia e ricoveri ospedalieri).

A questi è ragionevole aggiungere due ulteriori ambiti. Il primo ambito costituito dai LEA che comprendono prestazioni oberate da spese eliminabili (un esempio: spese alberghiere connesse al ricovero – vitto, lavanderia, riscaldamento, illuminazione, sanificazione ambientale – sono sostenute dall’ospedale, mentre dovrebbero essere a carico dei ricoverati, se non esentati dal pagamento del ticket).

Un secondo ambito è costituito da “gabbie ideologiche” da cui non usciamo e che è ora di cominciare a mettere in discussione, non perché ormai improponibili, ma perché tali da ridurre la qualità delle prestazioni. Per esempio, molte polemiche stanno caratterizzando le decisioni di utilizzare meglio e di più gli infermieri nelle attività di emergenza-urgenza o di affidare a soggetti non istituzionali (cioè non a medici, infermieri, psicologi) l’assistenza di pazienti con specifiche patologie psichiatriche. Esistono evidenze che dimostrano la validità di queste esperienze ed è il momento di ragionarci su, piuttosto che continuare a lamentare la mancanza di risorse.

Autore: Ubaldo Montaguti

Ubaldo Montaguti svolge attività di ricerca ed organizza incontri di studio e corsi di formazione sui servizi sanitari nell’ambito della Sezione di Sanità Pubblica e Management Sanitario dell’Accademia Nazionale di Medicina di cui è responsabile scientifico.

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