Solo un sano pragmatismo puo' salvare il SSN - 4. Il caso del diabete tipo 2

Qualche tempo fa 500WORDS riportava dati che mostravano come prevenire obesità, diabete, ipertensione, fosse praticabile utilizzando assistenti sociali al posto di medici e infermieri. (http://www.fivehundredwords.it/ultimissime/it-contrastare-le-malattie-non-trasmissibili-senza-lintervento-di-medici-ed-infermieri-e-possibile-e-si-risparmia-pure). Tali dati scaturivano da una ricerca svolta in Bangladesh, Guatemala, Messico e Sud Africa su 4000 persone e basata sul reclutamento di 42 assistenti sociali, privi di competenze specifiche, ma residenti nelle zone in cui si sviluppava lo studio e capaci di parlare il dialetto locale, cui era richiesto di rilevare indice di massa corporea, età, sesso, pressione sistolica, abitudine al fumo e presenza o meno di diabete, parametri utili per costruire un indicatore del rischio di futuri eventi cardiovascolari. Il lavoro degli assistenti sociali, di qualità sovrapponibile a quello del personale sanitario (accuratezza dei dati pari al 97%), ma decisamente meno costoso, consentì di individuare circa 300 casi (6% del campione reclutato) con un elevato rischio, per i quali fu indicato l’intervento medico. Se qualcuno può considerare “estremo” il ricorso ad assistenti sociali per effettuare interventi di natura sanitaria, possono essere utili tre esempi prodotti da ricerche effettuate in questi anni sull’assistenza ai pazienti diabetici di tipo 2.

Ricercatori dell’Università di Maastricht (Vrijhoef HJ et al., 2002) hanno valutato gli effetti sugli outcome nei pazienti diabetici di tipo 2 prodotti applicando un modello di intervento in cui l’infermiere esperto opera come principale erogatore di assistenza a livello territoriale.

Il miglior controllo della glicemia e il maggior numero di contatti con il personale sanitario indicano che questo modello di assistenza appare preferibile rispetto al modello incentrato sul medico di base (ed è meno costoso).

Ricercatori della Vanderbilt University (https://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/106286060301800202) hanno sviluppato a Nashville (Tennessee) un programma globale di gestione del diabete di tipo 2, diretto ad affrontare lo scarso controllo della glicemia, affidato a farmacisti operanti a livello ambulatoriale di base cui era richiesto un supporto in termini di informazione diretta, disponibilità a rispondere al telefono, capacità di controllare dati di tracciamento dei pazienti e algoritmi terapeutici.

I 138 pazienti reclutati hanno mostrato nell’arco di 6 mesi un miglioramento significativo del compenso glicemico, indipendentemente da età, razza, sesso, livello di istruzione, a testimonianza dell’efficacia del programma nel ridurre i casi di cattivo controllo della glicemia (a costo più basso).

Oltre 30 studi USA (https://www.aafp.org/afp/2003/1015/p1500.html) mostrano che il Chronic Care Model (programma volto a ottimizzare l’assistenza ai diabetici di tipo 2 agendo su sei fattori tra cui emergono l’autogestione del paziente e il self-help comunitario) migliora gli effetti del trattamento riducendone in misura significativa i costi.

In base a Diabete.net (https://www.diabete.net), in Italia esistono 945 centri diabetologici specialistici, ambulatoriali o ospedalieri, dotati di medici e infermieri e sicuramente costosi, di cui non è nota la maggiore capacità di mantenere l’HbA1c entro limiti accettabili.

Non varrebbe la pena verificarne l’efficacia e, magari, ripensare a come assistiamo i pazienti diabetici di tipo 2 in analogia con le esperienze descritte (provatamente efficaci, ma più economiche)?

Autore: Ubaldo Montaguti

Ubaldo Montaguti svolge attività di ricerca ed organizza incontri di studio e corsi di formazione sui servizi sanitari nell’ambito della Sezione di Sanità Pubblica e Management Sanitario dell’Accademia Nazionale di Medicina di cui è responsabile scientifico.


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