Vaccinazione anti-COVID-19. Perche' fra i parametri per determinarne le priorita' di somministrazione non c'è il "rischio sociale" di ammalarsi e morire?

Introduzione

 
 

 
C’è una ragionevole lista di priorità per le vaccinazioni anti-COVID-19 e non mancano proposte ragionevolmente alternative. Per esempio, invece di cominciare dagli anziani (certo, a maggior rischio di morte ma anche a minor rischio di contagiare altri) sarebbe meglio cominciare dai giovani, che per il loro stile di vita sono i maggiori propagatori dell’infezione, soprattutto a danno dei nonni con cui convivono? Oppure, come mai i dentisti sono in fondo alla lista dei professionisti sanitari? Insomma, com’è ragionevole quando i dati scientifici sono ancora provvisori, si dibatte.

 

Ma quello che davvero stupisce è che nessuna delle varie istituzioni preposte alla vaccinazione (e per la verità neanche i partiti politici, gli scienziati, etc.) abbia proposto che anche il “rischio sociale” di ammalarsi e morire sia fra le variabili considerate nel definire le priorità di vaccinazione. Il noto epidemiologo Michael Marmot (1) individua diverse categorie di “rischio sociale” per la salute individuale: condizioni sociali alla nascita e nell’infanzia, livello di istruzione, lavoro (possederlo, quanto si guadagna) e, soprattutto per gli anziani, il grado di protezione e solidarietà che la comunità riesce a garantire (in Italia, per fortuna, c’è spesso la famiglia). Questi fattori si coagulano in una condizione definitiva “empowerment”, cioè capacità di determinare il proprio destino. Tanto per essere chiari, a causa di diversi gradi di “empowerment”, in quartieri diversi di Londra, New York, Chicago le differenze nella durata della vita superano i 10 anni (a new York 6 mesi di vita in meno per ogni minuto di metropolitana per spostarsi da Manhattan al Bronx) (1,2). Ma, attenzione, la stessa cosa pur se in maniera un po' attenuata succede anche in Italia dove il rischio di morte è modulato dal doppio controllo di reddito ed istruzione (3). E il COVID-19 non ha fatto eccezioni: in US i neri s’infettano 3 volte più dei bianchi e muoiono sei volte in più.

Certo, le priorità indicate dal nostro governo riassorbono in parte i fattori di “rischio sociale”. Per esempio, sono considerati ad alta priorità i pazienti diabetici o cardiopatici (più frequenti dove l’”empowerment” è basso) e subito a seguire i lavoratori essenziali (autisti di mezzi pubblici, operatori ecologici, operai addetti alla manutenzione di strutture pubbliche, etc., anch’essi spesso con modesta protezione sociale). Ma ciononostante restano fuori diversi milioni di persone con basso “empowerment” più esposte al COVID-19 che sembrano essere invisibili ai radar delle istituzioni e della pubblica opinione. Che ne è dei disoccupati o dei sottoccupati (soprattutto se in famiglie monoreddito)? E che ne è di chi vive nelle estreme periferie delle metropoli, dove – peraltro – l’epidemia impazza? E dei senza tetto? Perché io, professionista sessantenne in buone condizioni di salute debbo vaccinarmi nello stesso giorno di un mio coetaneo, altrettanto sano, che però vive in borgata e quindi in condizioni igienico-sanitarie e in spazi abitativi quasi certamente ad alto rischio di infezione? Come mai reddito, luoghi di residenza e scolarità (quando nota), tutti fattori ad alto impatto sulla salute e sull’aspettativa di vita, non contano nell’individuare le priorità di vaccinazione?

Referenze

  1. La salute diseguale. Michael Marmot, Il Pensiero Scientifico
  2. The Moral Determinants of Health. Berwick DM, JAMA 20, doi:10.1001/jama.2020.11129
  3. Interaction between education and income on the risk of all-cause mortality: prospective results from the MOLI-SANI study. Bonaccio M et al, Int J Public Health 2016, doi: 10.1007/s00038-016-0822-z

Autore: Vincenzo Trischitta

 
 

Vincenzo Trischitta insegna Endocrinologia all’Università Sapienza di Roma e dirige un gruppo di ricerca sulla genetica e l’epidemiologia del diabete e delle sue complicanze cardiovascolari presso l’Istituto Scientifico Casa Sollievo della Sofferenza tra Roma e San Giovanni Rotondo. E’ tra i fondatori, nel 2019, del Patto Trasversale per la Scienza. Attribuisce agli scienziati il dovere della divulgazione e della informazione per una società più consapevole e più libera.


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