I farmaci equivalenti. Anche in farmacia gli Italiani cercano la griffe

Nel 1978 venne introdotto in Italia il brevetto per prodotti farmaceutici, garantendo così per vent’anni l’esclusività dello sfruttamento del nuovo farmaco. Quando il brevetto scade, i farmaci si distinguono in originatori (il prodotto originale con il suo nome di fantasia) e generici (identici al prodotto originale e commercializzati con il nome del principio attivo). Il termine generico” è risultato poco felice perché suggerisce l’idea di un farmaco ad azione generica; con la Legge n.149 del 2005, è stato perciò introdotto il termine di “medicinale equivalente”, rimandando all’idea di un prodotto omologo al farmaco di riferimento.

I farmaci equivalenti, oltre a contenere stesso principio attivo, nella stessa quantità e avere stessa forma farmaceutica e via di somministrazione del medicinale di riferimento, devono rispondere agli stessi criteri di qualità, efficacia e sicurezza del medicinale di riferimento e soddisfare il principio di bioequivalenza. Due prodotti si dicono bioequivalenti quando, in condizioni sperimentali simili, mostrano biodisponibilità (cioè assorbimento, distribuzione, metabolismo ed eliminazione) simile con differenze non superiori al 10%. Quando un farmaco equivalente arriva in farmacia, il Ministero della Salute ha già accertato che è bioequivalente al medicinale di riferimento. Peraltro, i controlli di qualità per i farmaci equivalenti, come per tutti i farmaci, continuano anche dopo l’immissione in commercio (farmacovigilanza post-marketing).

In Italia, il prezzo degli equivalenti è, per legge, almeno il 20% inferiore del prezzo del medicinale di riferimento; ciò perché il produttore dell’equivalente non deve sostenere i costi dell’intero processo di sviluppo del farmaco (http://www.fivehundredwords.it/post/it-come-nasce-un-farmaco) ma solo quelli inerenti gli studi di bioequivalenza. Il vantaggio economico che se ne ricava rende più sostenibile la spesa farmaceutica.

Nonostante l’ultimo provvedimento recentemente varato nel contesto della Spending Review (Legge 135/2012, art.15 comma 11bis) che obbliga il Medico di Medicina Generale «che curi un paziente, per la prima volta, per una patologia cronica, ovvero per un nuovo episodio di patologia non cronica, per il cui trattamento sono disponibili più medicinali equivalenti ad indicare nella ricetta del SSN la sola denominazione del principio attivo contenuto nel farmaco», l’uso dell’equivalente nel nostro Paese è molto minore che nel resto del mondo: solamente il 17% dei farmaci dispensati contro il 65% in Germania, l’85% nel Regno Unito e il 55% della media europea!

Una ricerca del Censis realizzata per Farmindustria dimostra che i cittadini, pur sapendo che esistono medicinali equivalenti più economici, tendono a rivolgersi al farmaco di riferimento di cui conoscono il nome commerciale. A volte ciò può avere un senso: per esempio, gli anziani, nonostante siano più informati dei giovani dell'esistenza degli equivalenti, preferiscono utilizzare colore e forma per identificare il medicinale da assumere, parametri che se modificati possono determinare errori terapeutici. In questi casi è necessaria la giusta prudenza prima di passare dal farmaco di riferimento al suo equivalente.

In generale, però, preferire l’equivalente rappresenta un vantaggio economico per lo Stato e per il cittadino, che spende meno a parità di benefici: impariamo a scegliere autonomamente e attivamente cosa è meglio per il nostro benessere senza subire l’influenza della solita griffe!

Autore: Paola Tarro

Paola Tarro è laureata in Farmacia e specialista in Farmacia Ospedaliera e Territoriale. Partecipa ad un progetto di farmacovigilanza presso il PO San Giovanni di Dio e Sant’Isidoro di Giarre (CT), occupandosi della segnalazione di sospette reazioni avverse a farmaci.


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