Industrie farmaceutiche e società medico-scientifiche

Creare un nuovo farmaco è costoso ed è quindi legittimo che l’industria farmaceutica ambisca ad ottenere un ritorno proporzionale all’investimento. Talvolta, le strategie di marketing possono entrare in conflitto con l’interesse generale e dei pazienti. Le società medico-scientifiche, emanando linee guida di suggerimento per l’attività clinica, possono incidere pesantemente in questo scenario.

Qualunque impresa che operi sul mercato deve crescere per sopravvivere. Quando le vendite di un farmaco raggiungono il plateau si pone, perciò, il problema di come incrementarle. Una possibile strategia è quella di suggerire la prescrizione di quel farmaco anche per il trattamento di malattie diverse da quella per cui è entrato in commercio. Ad esempio il minoxidil, un antiipertensivo, oggi viene utilizzato anche per curare la perdita di capelli. Questo è lecito, se il farmaco è efficace anche nel trattamento della “nuova” malattia, ma ciò non sempre accade.

Una seconda strategia è quella di aumentare il numero di pazienti potenzialmente trattabili con quel farmaco. Negli ultimi 10-15 anni sono state rivisitate molte diagnosi di malattie comuni abbassando i valori “normali” del parametro diagnostico oltre i quali un individuo si definisce malato. Ciò è successo per i livelli di pressione arteriosa per l’ipertensione, della glicemia per la diagnosi di diabete, dei livelli di colesterolo per le dislipidemie ed altro ancora. Tutto ciò ha portato ad un aumento del numero di individui malati e quindi trattabili; individui che il giorno prima della modifica dei valori di normalità erano considerati sani. Inevitabilmente queste attività di ridefinizione diagnostica vengono svolte sotto l’egida delle società scientifiche. Non sempre le procedure seguite risultano convincenti.

Un’altra strategia consiste nell’allargare i contorni di una malattia, identificando nuove disfunzioni ad essa correlata. Per esempio, tra gli uomini prima si parlava solo di disfunzione erettile, oggi si parla di disturbi dell’eccitazione, dell’orgasmo, della lubrificazione, etc. aumentando notevolmente la frequenza della disfunzione sessuale. C’è il sospetto che alcune società scientifiche ed industrie farmaceutiche abbiano avuto un conflitto di interessi nella produzione di dati epidemiologici e criteri diagnostici per tale malattia (Ray Moyinihan: “Sex, lies and pharmaceuticals” http://raymoynihan.com/).

Un altro esempio è rappresentato dalla sindrome metabolica, una nuova malattia identificata una decina di anni addietro come l’insieme di obesità addominale, dislipidemia e valori elevati di glicemia e pressione arteriosa che aumenta il rischio di infarto ed ictus. Per la verità tutte le alterazioni che la compongono ed i loro rapporti col rischio cardiovascolare erano già note da molto tempo e da sempre individualmente trattate. In effetti, i diabetologi americani ed europei stanno riflettendo sulla reale utilità di diagnosticare la sindrome metabolica. Nel frattempo però, molti milioni di individui “affetti” da sindrome metabolica sono stati trattati con le statine (farmaci che riducono il rischio cardiovascolare abbassando la colesterolemia) anche se il loro livello di colesterolemia era assolutamente normale.

In definitiva il rapporto con l’industria farmaceutica di alcune società medico-scientifiche e degli scienziati che operano al loro interno può essere viziato da un conflitto di interessi. Ai cittadini l’obbligo di informarsi, ponendo domande precise, pretendendo risposte altrettanto precise e, ove possibile, verificandole.

Autore: Giovanni FM Strippoli

Giovanni FM Strippoli è editore e coordinatore regionale europeo del Cochrane Renal Group, responsabile della ricerca nefrologica al Consorzio Mario Negri Sud, professore associato di epidemiologia clinica alla School of Public Health dell’Università di Sydney (Australia) e direttore scientifico di DIAVERUM.


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