Quando la diagnosi precoce dei tumori aumenta la sopravvivenza senza… ridurre la mortalità

Il fiocco rosa, simbolo della lotta al tumore al seno, adorna con sobria eleganza sulla stampa non specializzata le raccomandazioni di autorevoli esperti, non sempre basate su evidenze scientifiche e verosimilmente condizionate da conflitti d’interesse non dichiarati. Nonostante la ricerca ha dimostrato solo che in particolari fasce d’età lo screening mammografico riduce la mortalità per il tumore al seno, illustri Maestri dell’oncologia lanciano alle donne un messaggio equivoco: screening e diagnosi precoce “pari sono” perché entrambi salvano la vita.

La probabilità di guarigione del tumore del seno è proporzionale alla tempestività della diagnosi, cioè prima si scopre, meglio si cura e si guarisce […] l’opportunità che abbiamo oggi per la salute della donne è straordinaria: se riuscissimo ad aumentare questa percentuale fino alla quasi totalità dei casi, con la partecipazione in massa delle donne, è ragionevole ipotizzare che anche la guaribilità si avvicinerebbe alla quasi totalità dei casi”. Umberto Veronesi, Huffington Post, 1 ottobre 2013

Il video della coloratissima e ubiquitaria campagna Pink is Good, con lo slogan “Prevenzione è anche diagnosi precoce” raccomanda test di screening di efficacia non documentata (autopalpazione, ecografia), mammografie a intervalli più ravvicinati e amplia verso il basso le fasce di età a rischio, senza definirne i limiti superiori.

La diagnosi precoce delle neoplasie è un concetto molto accattivante: infatti, tutti crediamo istintivamente che l’identificazione precoce di una lesione tumorale e la tempestività del trattamento si traducano sempre in una riduzione di morbilità e mortalità. Pertanto i test diagnostici vengono sempre accolti con grande entusiasmo, anche se dall’incerto profilo rischi-benefici.

La presunta efficacia della diagnosi precoce è ulteriormente rafforzata da percezioni fuorvianti: un test che anticipa la diagnosi, senza modificare data o causa della morte, apparirà efficace pur essendo del tutto inutile. Questa distorsione percettiva viene alimentata dallo slogan “la diagnosi precoce aumenta la sopravvivenza”, ma purtroppo… non riduce la mortalità!

Inoltre, tutti i test utilizzati per gli screening oncologici e la diagnosi precoce presentano il rischio di overdiagnosis, ovvero l’identificazione di lesioni non evolutive che soddisfano i criteri diagnostici di forme cancerose e pre-cancerose, ma che non porteranno mai a patologie sintomatiche, né saranno causa di mortalità precoce. Individui sani vengono improvvisamente trasformati in pazienti oncologici che accettano senza esitazione qualunque intervento terapeutico, anche se i benefici sono incerti e gli effetti collaterali inevitabili. L’overdiagnosis – richiedendo ulteriori test diagnostici invasivi e terapie – aumenta sia i costi del sistema sanitario, sia i rischi per i pazienti: dagli effetti tossici della chemioterapia e della radioterapia, alla sepsi conseguente a biopsia, alle complicanze post-operatorie sino alla mortalità e, in casi estremi, addirittura il suicidio.

Se le campagne di sensibilizzazione come Ottobre Rosa sono fondamentali per favorire l’aderenza allo screening mammografico, è indispensabile mettere un freno alla percezione professionale e sociale che la diagnosi precoce di tumore è una strategia di prevenzione efficace e a rischio zero.

Altrimenti l’attraente slogan Pink is Good  rischia di provocare un effetto boomerang per la salute delle donne italiane, oltre che per la sostenibilità della sanità pubblica.

Autore: Nino Cartabellotta

Nino Cartabellotta (www.ninocartabellotta.it) è medico, specialista in medicina interna e gastroenterologia; si interessa di metodologia con competenze trasversali a tutte le professioni ed i livelli organizzativi del sistema sanitario. Fondatore nel 1996 del Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze (www.gimbe.org), dal 2010 è presidente della Fondazione GIMBE. E’, inoltre, Direttore Responsabile di Evidence, rivista metodologica open access e Autore del blog “La sanità che vorrei”. 


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