Gli ostacoli all’uso dei servizi sanitari

L’accessibilità ai servizi sanitari, concetto apparentemente semplice, ha, in realtà, quattro diverse componenti:

- accessibilità vera e propria (presenza/assenza di barriere geografiche, architettoniche, culturali) 
- disponibilità quali-quantitativa (risorse/prestazioni utilizzabili) 
- arrangiamento organizzativo (orari di apertura, sistemi di orientamento, accoglienza, ecc.) 
- sostenibilità economica (spesa a carico dei pazienti per arrivare ad accedere alle prestazioni gratuite). 

A ognuna di queste componenti si associa il rischio di rendere disomogenea la fruibilità dei servizi e di generare discriminazioni insopportabili. A differenza delle barriere geografiche, quasi sempre ineliminabili (molti italiani dovranno sempre percorrere 80-100 km per raggiungere il più vicino ospedale), quelle architettoniche possono (devono, secondo norma) essere abbattute, ma ancora oggi scale, lunghi corridoi, ascensori piccoli, porte strette, esiguità di parcheggi dedicati creano difficoltà inaccettabili di gestione degli spazi per i pazienti. 

Le barriere culturali, generate dalla scarsa propensione dei sistemi di informazione (dalla segnaletica agli opuscoli informativi) ad adeguarsi alle capacità di comprensione della maggior parte (non della media) degli utenti, aggravano il disorientamento di chi, essendo costretto, per problemi di salute, a confrontarsi con l’organizzazione sanitaria, di fatto trova un impedimento, piuttosto che una facilitazione a utilizzarla al meglio. Le criticità rilevabili a livello di disponibilità di servizi scaturiscono da discrepanze tra l’offerta e la domanda di prestazioni che si presentano quando 
- l’offerta supera la domanda (sottoutilizzazione), 
- la domanda supera l’offerta (liste di attesa), 
- offerta e domanda si equivalgono, ma almeno parte di quest’ultima è inappropriata (la domanda viene soddisfatta per il semplice fatto che è possibile farlo, ma non sarebbe necessario). La più sentita, in particolare dai politici, sempre disponibili a promuovere crociate contro di essa, è quella che porta alle liste di attesa che si generano perché 
- i percorsi dei pazienti sono confusi (casi programmabili sono invariabilmente mescolati a casi emergenti), 
- è permanente lo squilibrio quali-quantitativo tra le prestazioni erogabili e quelle richieste (la domanda cambia più rapidamente dell’offerta), - tranne rare eccezioni, qualsiasi incremento dell’offerta viene rapidamente saturato e superato da un corrispondente aumento – inappropriato – della domanda, 
- è difficile, in carenza di leggi adeguate, disinnescare i conflitti di interesse che si giocano tra attività pubblica e privata dei medici. 

Tutti motivi, quindi, molto diversi da quelli utilizzati per giustificare le decisioni adottate per ridurre i tempi di accesso alle prestazioni che si risolvono nell’incrementare sempre e soltanto l’offerta, almeno fino alla spending review. Il disallineamento tra organizzazione dei servizi e necessità dei pazienti è pressoché permanente, se non si smette di concepire meccanismi provider oriented piuttosto che user oriented. In breve, se non si eliminano le rigidità generate da un’errata concezione dei diritti degli operatori sanitari, anteposti a quelli dei pazienti, succederà sempre che gli orari di apertura dei servizi siano largamente incompatibili con gli orari di lavoro degli utenti. Resta da riflettere su un punto importante: nessuno si pone mai il problema del sacrificio economico che anche una prestazione gratuita impone al paziente e alla sua famiglia e forse anche per questo si crede possibile continuare a imporre balzelli ai cittadini.

Autore: Ubaldo Montaguti

Ubaldo Montaguti svolge attività di ricerca ed organizza incontri di studio e corsi di formazione sui servizi sanitari nell’ambito della Sezione di Sanità Pubblica e Management Sanitario dell’Accademia Nazionale di Medicina di cui è responsabile scientifico.

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